giovedì, novembre 22, 2007

In memoria di me.




Film intenso sull'esperienza del seminario cattolico gesuita: un giovane uomo di successo decide di cambiare vita e diventare sacerdote per trovare sé stesso, per rinnovare la sua visione della vita. In ritiro spirituale con gli altri seminaristi incontrerà diversi aspetti della sua e altrui crescita, si scontrerà col dubbio, vedrà un suo compagno abbandonare i propri tormentati propositi e ritornare nel mondo. Un altro compagno farà la stessa cosa, ma motivato dall'amore, dal desiderio di aprire, di non seguire delle verità "morte" e codificate, ma dinamiche e in rapporto con il movimento della vita. Tuttavia il racconto analizza e giustifica pienamente anche la scelta della clausura, della dedizione al ruolo sacerdotale, del silenzio e della disciplina. Si pensa, alla fine del film, al Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse, ma non solo e non del tutto.
L'osservazione che mi viene più spontanea è la seguente: siamo proprio sicuri che la via dell'ascesi spirituale, della ricerca interiore, e quella del "mondo" o dell'impegno in esso - magari di tipo altruistico ed eticamente motivato - siano due vie differenti, separate e mai del tutto conciliabili? Siamo proprio sicuri, inoltre, che l'interiorità debba essere così difficile, così sofferente e problematica? Come praticante del Sutra del Loto e del buddismo di Nichiren Daishonin - fermo restando il rispetto per qualsiasi altro approccio alla dimensione spirituale dell'esistenza - ho l'impressione che lo scopo primario della vita umana sia la felicità per sé stessi e per gli altri, proprio a partire da questo piano di esistenza, qui ed ora. Direi anche che l'impegno quotidiano nelle proprie vicende esistenziali, nei rapporti con gli altri, con l'ambiente e la società, con il tutto, con i normali accadimenti dolorosi o piacevoli, sia in sé - se sostenuti dalla pratica interiore - una forma di ascesi, di crescita, di esercizio spirituale, di adesione al piano divino, forse la più alta. La pratica autoconoscitiva portata avanti nel mondo è il catalizzatore per trasmutare le esperienze e le difficoltà comuni in occasioni di crescita spirituale.
Il film sollecita queste ed altre riflessioni, e potrebbe essere il punto di partenza per uno stimolante dibattito.
Una curiosità interessante: gli attori si sono preparati al loro lavoro trascorrendo una settimana nel silenzio e sottoponendosi agli esercizi spirituali di S. Ignazio di Loyola, al fine di sperimentare direttamente un ritiro presso un centro cattolico di preghiera e meditazione.

mercoledì, gennaio 31, 2007

Parole d'amore (Bee Season).


Segnalo un film curioso e raro nella sua tematica, che riveste sicuramente interesse per chi ha conoscenze di Cabala e di ebraismo. La storia, in realtà, può essere letta a più livelli, il più letterale ed "esterno" dei quali è la vicenda di una crisi familiare, di un padre che - pur con le migliori intenzioni - si rivela intellettualmente accentratore e poco attento ai bisogni reali della moglie e dei figli. I livelli più "interiori" possono essere quello, diciamo, filosofico - le concettualizzazioni ebraiche della rottura dei vasi e della restaurazione (tikkun), e quello intensamente mistico ed esperienziale della bambina, la protagonista, che penetra in profondità lo spirito cabalistico delle lettere, delle parole, e comunica con la Shekinah - la Presenza divina. Un cabalista può ritrovare nel film molti spunti interpretativi. Per esempio i quattro componenti della famiglia potrebbero essere messi in relazione con i quattro piani dell'Albero della Vita: Saul, il padre (Richard Gere) ben si adatta all'accostamento con il piano briahtico della mente; Miriam, la madre (Juliette Binoche) cerca disperatamente la ricomposizione della rottura dei vasi sul piano yetzirahtico del sentimento; Aaron, il figlio, cerca anche lui Dio attraverso percorsi alternativi e in contrapposizione con il padre, e può ben associarsi al piano assiahnico della sperimentazione, dell'esperienza concreta; infine Eliza, la più meditativa, sinceramente aperta all'Ulteriore, è in relazione con Atziluth, la Coscienza, il Mondo Archetipico. Eliza compie alla fine del racconto cinematografico l'unico atto che può ricomporre realmente ciò che si sta disgregando: un atto di profonda umiltà, di Amore, di sacrificio di sé, rinunciando ad una vittoria esteriore e superficiale per una più sostanziale. Sempre in senso cabalistico si potrebbero analizzare i nomi dei personaggi, dei luoghi, e alcuni altri particolari importanti - come la sostituzione finale di una "I" con una "Y" per trovare la reintegrazione, però mi fermo qui per lasciare il piacere della scoperta e dell'eventuale speculazione interpretativa a chi il film intende vederlo...

venerdì, gennaio 12, 2007

Apocalypto.


Ebbene, sì... L'ho visto. Le analogie con la Passione di Cristo dello stesso Mel Gibson ci sono, soprattutto relativamente a quello che può considerarsi il leit-motiv di ambedue i film: l'incredibile, efferata, assurda violenza dell'uomo sull'uomo. Non possiamo certamente negare che l'umanità abbia in sé questa carica distruttiva, questa sorta di odio feroce: ne abbiamo testimonianza dalle epoche passate, ma anche nella cronaca attuale. Potremmo semmai discutere - e qualcuno lo sta già facendo, così com'è avvenuto per la Passione - se sia il caso di indugiare in un film su certi aspetti, se sia necessario farli vedere con spietata chiarezza come ha preso a fare Gibson. Qualcuno discute anche sul carattere del regista, sul suo comportamento privato, sulle sue opinioni politiche. Certo si può affermare che la crudezza della violenza, della guerra, della tortura, esiste e, dunque, perché non mostrarla: immagini del genere potrebbero rappresentare una presa di coscienza e un deterrente. Qualcun altro, al contrario, potrà osservare che invece daranno luogo ad una assuefazione che già ora ci rende quasi insensibili. Mah, francamente una risposta certa non ce l'ho, al di là della mia convinzione che una pellicola cinematografica non possa cambiare più di tanto la coscienza delle persone... Il film comunque è abbastanza godibile - è un prodotto che per certi versi risulta interessante al pari di tante altre opere del cinema di azione, di avventura o simili - tenendo conto del fatto che propone anche una ricostruzione storica che sembra piuttosto accurata e precisa nelle ambientazioni, nei costumi e via dicendo, tentando perfino (com'era stato per la "Passione di Cristo") di far entrare lo spettatore nel linguaggio, nel suono della lingua di certe popolazioni. Bene, però un dubbio ce l'ho, ed è relativo all'effettiva comprensione che oggi possiamo avere delle culture umane che ci hanno preceduto. In questo film, in fondo, i Maya fanno una pessima figura: un popolo sanguinario, peggiore dei nazisti, dedito ai sacrifici umani per motivazioni religiose cui, sembra di capire, nemmeno gli stessi sacerdoti credevano veramente. L'impressione è che il degrado, l'abbrutimento, la barbarie, la violenza, fossero gli elementi pricipali presenti nel cuore e nella mente dei costruttori delle piramidi del Centro America. Eppure essi avevano edificato una civiltà molto evoluta, forte di conoscenze astronomiche accuratissime, di grandi capacità tecniche, di elaborazioni religiose molto complesse e avanzate. E' davvero possibile che, sia pure in un periodo di decadenza, non fosse rimasto nulla di ciò? Siamo davvero sicuri che i famigerati "sacrifici umani" al Dio Sole fossero quelli presentati nel film, e non fossero piuttosto simbolici e non concreti, come in altre culture forse più vicine a noi, dove nei rituali misterici la morte dell'io è la metafora della trasformazione, dell'abbandono di una visione limitata, dell'apertura ad una nuova coscienza. Io non so se sia proprio così, ma ho l'impressione che a volte noi occidentali "moderni" abbiamo l'idea che la nostra sia l'unica civiltà della storia fondata su valori sinceramente umanistici. Forse sbaglierò, ma ho forti dubbi in proposito. In fondo anche Gibson, alla fine del film, dimostra uno scarso apprezzamento della nostra civiltà occidentale, facendo un accenno ad essa attraverso gli spagnoli e il loro sbarco in territorio Maya - che sappiamo apportatore di altri massacri e crudeltà. Il regista, come il protagonista del racconto filmico, vorrebbe un nuovo inizio, il recupero di valori semplici, umani, quali quelli mostrati dalla famigliola di indigeni in fuga: probabilmente egli vuole indicare con questo episodio ambientato in un'epoca passata l'Apocalisse dei nostri giorni, quella che sembra di poter riscontrare nell'epoca attuale, e il desiderio di recuperare un potenziale di umanità che sembra perdersi ogni giorno di più. Non possiamo che condividere questo desiderio e, in questo, possiamo anche essere in sintonia con Mel Gibson. Rimane tuttavia, lo ripeto, l'impressione che a volte esageriamo nella proiezione della nostra cultura e della nostra mentalità su altre culture, attribuendole ad uomini del passato che, invece, potevano avere conoscenze e sensibilità molto diverse e persino più evolute delle nostre...

lunedì, dicembre 18, 2006

Water.


Ragazzi, che film! A volte capita, quasi per caso, di imbattersi in un grande, direi grandissimo film, com'è avvenuto a me in una videoteca qualche giorno fa. Quasi non vorrei scriverne per timore di banalizzare o 'profanare' una pellicola che certamente gode di una sua sacralità dal punto di vista della forza dei contenuti, della bellezza delle immagini, della splendida fattura. Il tema è rivoluzionario, di denuncia, e la regista Deepa Metha ha dovuto affrontare non pochi ostacoli in India per girare la pellicola - al punto che è dovuta riparare nello Sri Lanka: si parla della condizione tradizionale delle vedove in India, e dell'energia innovativa - di liberazione delle coscienze - ad opera del Mahatma Gandhi nel 1938. Le donne maritate, questo è il concetto, sono talmente legate al destino del marito che - in caso di morte di quest'ultimo - hanno delle prospettive tremende, tutte di annientamento totale della loro personalità e individualità: possono morire sulla pira funebre dello sposo, possono rimaritarsi esclusivamente con il fratello più giovane del consorte, possono rinchiudersi in un ashram di vedove a condurre una vita di castità, privazioni e di preghiera, almeno in apparenza, perché in alcuni casi - per sopravvivere - devono prostituirsi in maniera segreta, non apertamente dichiarata, con il beneplacito dei bramini e della cultura dominante. Anzi, i bramini, essendo la casta più elevata, possono andare a letto con le vedove (rendendole così prostitute) pretendendo di "benedirle" con la loro "santità"! Tutto ciò avviene anche se la vedova in questione è una bambina piccola, come la protagonista di 8 anni, già maritata per questioni di accordi fra famiglie. La situazione descritta nel film è ambientata all'epoca di Ghandi ma, ci informa la stessa pellicola, ancora oggi non è molto differente: 34 milioni di vedove vivono all'incirca nelle stesse condizioni. Dal punto di vista simbolico l'Acqua, onnipresente in quest'opera, sia nel titolo, che nel fiume, che nella pioggia, che nelle donne protagoniste (donna=acqua), credo indichi l'indispensabile purificazione, il necessario lavacro delle coscienze: l'acqua è la fede che, però, non può rimanere stagnante e imputridire. La fede ha bisogno di "verità", può perfino identificarsi in essa, come dice Gandhi alla fine del film: "Prima credevo che Dio fosse la Verità, ora so che la Verità è Dio". Una fede chiarificata, pulita e purificante è il vero Gange che trascina via l'oscurità, i limiti, le macchie dell'anima. E' come il treno di Gandhi che, in conclusione, continua il suo viaggio di rinnovamento, e salva la piccola "vedova" riconducendola verso una nuova vita.

lunedì, maggio 29, 2006

Volvèr.


Finalmente un film delizioso, non plastificato e seriale come quelli che è tanto facile vedere oggigiorno. Su questo sito non voglio raccontare i film, né farne una critica di tipo cinematografico. Mi interessa osservare e riflettere su quanto questi racconti del cinema mi danno interiormente. Questo qui dà un grande divertimento, si percepisce l'ironia, lo sguardo ironico e compassionevole sulla vita e sulla morte. Soprattutto la morte: c'è e non c'è, si equivoca molto - sembra suggerire Almodòvar - sulla sua vera natura. E' anche un film sull'integrità dell'animo umano, che va oltre la violenza di una certa mentalità 'maschile' e di una certa disposizione a vendere e a semplificare i sentimenti, svilendoli e tradendoli, come si fa in televisione e sul mercato. Quello che trionfa è l'Anima, una spiritualità tutta femminile che è capace di accogliere, ma anche di lottare e di vincere. Ecco: il film descrive la vittoria dell'Anima. Non un'anima monolitica e monotematica, bensì quella rappresentata da molteplici figure femminili - tutte uniche, a loro modo integre, eroiche, intensamente umane. Quindi è anche l'eternità che vince la morte. Ma anche qui, non è l'eternità delle lapidi, delle statue, delle figure idealizzate. E' l'eternità della compassione, dell'amore, dell'umanità, del cuore.

mercoledì, febbraio 22, 2006

La bellezza del diavolo.


In questo film del 1949/50, ormai un pezzo da cineteca, vediamo la trasposizione cinematografica di un vecchio racconto tradizionale, come anche di un'opera di Goethe: parliamo del Faust, personaggio mitico che ha ispirato, ispira e probabilmente ispirerà ancora in un modo o nell'altro diversi autori: artisti, scrittori, musicisti, commediografi. Prima di entrare nel merito specifico del film, vorrei sottolineare che nella figura di Faust, mago e alchimista, si riuniscono tutti quegli antichi studiosi simili a Paracelso, Giordano Bruno e altri che ricercavano in ambiti misteriosi e al di fuori dell'egemonica opinione religiosa e scientifica dei loro tempi. Molti di questi uomini furono visti con sospetto e spesso furono accusati di rapporti con il demonio proprio per la loro attitudine a scavare in ambiti della psiche, della natura e dello spirito senza seguire percorsi obbligati. Alcuni furono perseguitati e uccisi per questo. Come mia opinione personale direi che anche oggi permane lo stesso atteggiamento di diffidenza verso, ad esempio, il paranormale, le credenze magiche o esoteriche. Anche nell'epoca odierna riguardo ad esse esitono i grandi censori della scienza e della religione: non è dato vedere un programma televisivo che tratti detti argomenti senza che vi sia l'attento controllo dello scienziato e del sacerdote a tutelare l'integrità della coscienza dello spettatore! Al di là del fatto che quando si tratta di certe cose l'attenzione critica è indispensabile per tutelarsi rispetto alle mistificazioni, non posso fare a meno di notare che i roghi degli inquisitori oggi siano stati sostituiti dalla presunzione razionalistica o moralistica.
Questo cambiamento, per il quale comunque dobbiamo ritenerci fortunati, fu forse iniziato proprio dallo stesso Goethe: questo grande intellettuale venne in Italia e indagò sui presunti trascorsi di quel misterioso personaggio della sua epoca che fu Alessandro Cagliostro, contribuendo alla sua identificazione nel ladro e truffatore Giuseppe Balsamo, siciliano. Ancora oggi ci si interroga se questa identificazione sia poi davvero esatta, senza poter arrivare ad una risposta certa. Fatto sta che Cagliostro fu attirato in una trappola, arrestato, processato e lasciato morire in una orribile cella. Non fu accusato di patteggiare con il diavolo ma solo di essere un ciarlatano, però il trattamento non fu molto diverso. Il personaggio Cagliostro tuttavia, sempre secondo la mia opinione, presenta tratti di autenticità e profondità che - nonostante le calunnie - non è stato possibile mistificare del tutto.
Questa riflessione per sottolineare qualcosa di cui sono profondamente convinto: gli alchimisti, gli occultisti, non hanno mai avuto nulla a che fare con il diavolo - nonostante ci sia stata la tendenza a pensare che essi stipulassero strani patti con il Maligno. Lo attesta anche la moderna ricerca psicologica, particolarmente quella junghiana, che riconosce nell'Alchimia una scienza per l'approfondimento spirituale: l'ottenimento dell'Oro non è altro che il simbolo dell'Opera di trasformazione di sé, della propria rivoluzione interiore. Chi, viceversa, mira all'Oro Volgare - cioè al metallo prezioso - non è secondo la stessa Tradizione Alchemica un vero alchimista, bensì un cosiddetto soffiatore, cioè qualcuno che non ha compreso l'alto valore spirituale dell'Arte.
In un certo modo il film "La bellezza del diavolo" narra proprio di quest'ultimo tipo di ricercatore, come anche del fraintendimento fra Oro Volgare e Oro Filosofico. Il suo protagonista, Faust, pur essendo uno stimato studioso, non ha evidentemente compreso la differenza fra i due tipi di oro: ancora si trova a credere che il valore si trovi in ciò che il diavolo gli propone come tale, cioè ricchezza, bellezza, gioventù, conoscenze, potere, fama, onori. Il diavolo, dunque, è proprio questo: la disposizione interiore del vecchio Faust a ingannarsi sul senso delle cose. Egli, dopo una vita di ricerche, giunto alla vecchiaia, dimostra di ritenere che solo un mutamento esteriore possa condurre alla vera felicità. Il film non è altro che la rappresentazione di questa illusione, con tanto di prìncipi, principesse e lucenti quanto inconsistenti ricchezze. Tutto ciò è destinato a rivelarsi per quello che è, soprattutto quando Faust costringe Mefistofele a fargli vedere il futuro, cioè le logiche conseguenze dei suoi tentativi di raggiungere la felicità: essi sono destinati a naufragare nell'insuccesso, nella noia, nella violenza - come del resto succede per tutta la storia dell'uomo, di cui il racconto del Faust diviene chiara metafora. Per conservare il potere, la ricchezza e quant'altro, si è costretti ad agire in modo contrario agli ideali, producendo ingiustizia, menzogna, guerra, morte - finché ogni cosa finisce in cenere e polvere. Però, suggerisce il film, la consapevolezza di ciò può cambiare il destino. Quando Faust capisce questo, inizia quella che può veramente essere definita la ricerca dell'Oro Filosofico. Ricordandosi dell'amore per una zingara, Margherita, egli ritrova la propria Anima - sempre e comunque in attesa di essere riscoperta. In effetti il regista René Claire ha una bella intuizione nel raffigurare questa Anima dell'uomo come una zingara: girovaga, veggente, capace di vero amore e anch'essa sospettata di rapporti con il demonio. E' la natura interiore selvaggia che fa paura a chi non la comprende, mentre essa è incontaminata, come la Vergine di cui è devota: l'Anima, nei suoi strati più profondi, è infatti Coscienza. Faust si rende conto di tutto ciò e, a questo punto, la mefistofelica costruzione di inganni e illusioni crolla. La vecchiaia di Faust, il suo vecchio corpo, muore con il diavolo, mentre lui si appropria - forse solo allora veramente e definitivamente - di una sostanziale giovinezza, che è una gioventù dell'anima, una rinnovata disposizione alla trasformazione di sé e alla ricerca del nuovo.
Un'ultima notazione: gli zingari in occidente una volta erano oggetto della proiezione dell'Ombra del cittadino comune, cioè degli aspetti indesiderati della persona integrata nella società - un pò come avviene più recentemente con i cosiddetti extracomunitari. Gli zingari, in particolare, oltre alle negatività dell'Ombra, un tempo raccoglievano la proiezione degli elementi misteriosi e magici rifiutati dalla dominante cultura razionalista e moralista. La loro origine tribale e nomade, secondo moderni studi linguistici, sembra possa risalire addirittura all'India: se così fosse avremmo un indizio in più per sottolineare il mistero di questo popolo e il possibile legame con la Tradizione Unica. Nel film di René Claire, dunque, il fatto che insieme a loro Faust trovi la prosecuzione ideale del suo percorso sembra particolarmente appropriato e significativo.

mercoledì, gennaio 11, 2006

Il segreto di Vera Drake.



Film delicato, godibilissimo e in controtendenza rispetto ai consueti temi e caratteristiche del cinema attuale. Si tratta di una storia ambientata nell'Inghilterra del dopoguerra e fonda soprattutto sui sentimenti, facendo appello alla sensibilità e alla coscienza dello spettatore nel descrivere la vita quotidiana di Vera Drake: una signora sinceramente dedita all'aiuto verso gli altri, al sostegno delle persone in difficoltà, alla semplicità, all'amore per la sua famiglia unita e generosa. Tuttavia il desiderio di essere d'aiuto di questa donna entra in una sfera molto delicata: quella delle interruzioni di gravidanza. Si, Vera 'aiuta le ragazze in difficoltà': pensa di far bene e non chiede compensi (anche se, a sua insaputa, c'è chi li intasca per lei). Agisce in segreto, anche rispetto alla sua famiglia, con compassione e con discrezione, fino al momento in cui incappa nel meccanismo della giustizia, che certamente tollera gli escamotage legali dei medici e dei potenti per aggirare i vincoli posti dalla Legge (possibili, però, soltanto a chi dispone di buone possibilità economiche), ma non può permettere - anche a ragione - l'intervento di una mammana, sia pure gentile e sensibile come Vera. Quest'ultima, in realtà, dopo più di vent'anni di attività clandestina, nel momento in cui viene arrestata prende di colpo coscienza della sua ingenuità e avventatezza - che agli occhi del mondo e della giustizia non possono essere valide attenuanti. Vera Drake si viene a trovare nella paradossale situazione di essere contemporaneamente innocente a causa del suo buon cuore e della sua reale purezza d'animo, e colpevole per la Legge e per la logica morale e sociale.
Alcuni degli scopi del film sono probabilmente politici, nel senso positivo del termine, pur prevalendo in esso il proposito di una attenta e sensibile osservazione dell'umanità di coloro che sono implicati nella vicenda. Personalmente intravvedo nel racconto la descrizione di una dicotomia, di uno scontro sempre presente e attuale nelle nostre vite: quello fra le ragioni del cuore e della mente. Credo che il livello di questo conflitto sia piuttosto profondo e atavico, tale da configurarsi come l'opposizione fra la primordiale mentalità matriarcale - delle dee madri, grembo e tomba, depositarie della vita e della morte, e la cultura patriarcale, tendente al predominio del Logos e della Legge di un Dio Padre ordinatore, detentore assoluto e geloso della conoscenza del bene e del male. Nel primo caso abbiamo la natura, il sentimento, il cuore e la vita-morte percepiti come un tutto unico, senza concrete separazioni; nel secondo la mente, la ragione e l'azione divengono parametro di responsabilità, di giustizia, di ordinamento dell'uomo sull'uomo che, se talvolta si risolve in rispetto del diritto, talaltra impone una adesione formale alla sola lettera della norma incoraggiandone contemporaneamente la violazione nell'unica maniera ritenuta possibile: quella velata e nascosta dell'ipocrisia.

lunedì, gennaio 09, 2006

Danny the dog.


Questo film potrebbe, ad un primo livello di analisi, il più semplice e riduttivo, interpretarsi secondo il suo tema edipico di fondo: il conflitto con la figura paterna negativa, quella che impedisce lo sviluppo. Tale figura è incarnata dallo ‘zio’ Bart, gangster che tiene Danny fermo allo stadio animale-infantile, utilizzandolo soltanto come killer esperto di arti marziali – cioè solo per la sua potenzialità aggressiva, come fosse un pit-bull. Danny ha nozioni e sviluppo conoscitivo più che rudimentali, limitandosi all’accettazione di quanto gli viene ordinato e all’osservazione attonita di un abbecedario per bambini. D’altra parte quello infantile è lo stadio dello sviluppo psichico cui è relegato dal padre-padrone, che ne accentua in tal modo la dipendenza e la totale subordinazione. Il suo riscatto comincia dall’incontro con Sam, il personaggio interpretato da Morgan Freeman, un non-vedente che ripara pianoforti e che incarna l’altra valenza della figura paterna: quella che incoraggia e sostiene, il maestro spirituale, il vecchio saggio, cieco perché ha sperimentato il dolore e – elaborandolo con saggezza e profonda comprensione – è in grado di vedere oltre, nell’animo. Anche la figura femminile – qui rappresentata dalla figlia adottiva di Morgan Freeman, Victoria (!) - esce gradualmente dall’anonimato, dall’oggettualità cui la relega lo zio Bart, e si rivela portatrice di personalità, affetti, sensibilità, spirito artistico, evoluzione. Gradualmente, anzi, viene ad identificarsi sempre di più con la musica, con il pianoforte, con l’Anima, risvegliando in Danny il ricordo di sua madre la cui figura, ormai inutilmente, lo zio Bart – dopo averla uccisa molti anni prima – ha cercato di cancellare dalla mente di Danny bambino, e poi di svilire. Danny, guidato dal ‘vecchio saggio’ Sam e riappropriandosi del femminile nei suoi aspetti di sposa e di madre, trova in sé decisione, indipendenza, e sconfigge definitivamente il padre-autoritario, non tanto con la violenza e con l’uccisione (strumenti del maschile negativo), quanto con la decisione, la visione, l’affrancamento. Il complesso edipico, dunque, è ben delineato nel film – l’uccisione del padre e la conquista della madre – ma ad un livello di cultura superiore, dove la sconfitta del padre castrante avviene non per una mera contrapposizione sullo stesso piano del potere aggressivo, bensì mediante l’evoluzione della coscienza, della sensibilità dell’individuo e della sua autonomia.